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Nome: Alessandro Montisci
giornalista pubblicista, laureato in Scienze Politiche con una tesi sul cinema di Eric Rohmer. alessandromontisci@katamail.com

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lunedì, 05 maggio 2008

Tutta la vita davanti
di Paolo Virzì (Italia, 2008)

Con curiosità e amarezza, Marta (la notevole Isabella Ragonese) osserva le proprie colleghe alle prese con il balletto mattutino, coordinato dalla team leader Daniela. No, non è il set di un varietà televisivo, ma l'enorme call center in cui finisce per lavorare la protagonista, brillante laureata in Filosofia, dopo l'ennesimo rifiuto del proprio curriculum presso le principali realtà editoriali. Nella squallida Italia contemporanea, qualsiasi sforzo per promuovere ed elevare i propri studi e le proprie competenze viene sistematicamente mortificato da un delirante "quiz a premi", un deprimente sistema fondato sull'approssimazione, l'ignoranza e il disimpegno.
Il lucido, amaro teatrino di Virzì è a tratti incisivo, ma si aggrappa
con troppa fiducia alla sponda grottesca, materia incandescente che solo il grande Ferreri sapeva afferrare perfettamente. Così, la ferocia si stempera e lo sguardo s'annebbia nel limbo indeciso tra sorrisi e lacrime. Un tema così delicato e drammatico avrebbe meritato una scrittura secca, gelida e una precisione chirurgica come quelle di Garrone o di Gaglianone, ad esempio. Solo allora le tracce di surrealismo avrebbero provocato ferite dolorose e immagini indelebili. Isabella Ragonese, comunque, è splendida: occhi scuri, sguardo limpido, composta alienazione che trafigge più di qualsiasi scheggia d'umorismo. Film riuscito solo a metà.


postato da: Rohmer alle ore 14:52 | link | commenti (2)
categorie: cinema
mercoledì, 30 aprile 2008

Un bacio romantico (My blueberry nights)
di Wong Kar-Wai (Francia, Cina, Hong Kong, 2007)

Colori sgargianti, adesivi e vetrine, neon e torte al mirtillo. L'ultimo film di Kar-Wai (prima trasferta americana del regista) è un gustoso esercizio stilistico che scivola piacevolmente come una notte in compagnia di un vecchio amico. Elizabeth (una Nora Jones d'aspra sensualità) fugge da un amore sbagliato girovagando, per un anno, qua e là negli States alla ricerca di sé e affidando alle cartoline, che regolarmente spedisce ad un simpatico barista conosciuto poco prima di partire, il resoconto di questa esperienza. Il giovane (l'evanescente Jud Law) aspetta con malcelata ansia il ritorno della ribelle accorgendosi, a poco a poco, d'essersene innamorato sul serio. Guarniscono la torta, tra gli altri, due comprimari di lusso: una grandiosa Rachel Weisz, moglie risoluta e disperata di un poliziotto alcolizzato (David Strathairn). Innocuo intermezzo in una filmografia spaventosamente importante.

postato da: Rohmer alle ore 19:14 | link | commenti (2)
categorie: cinema
mercoledì, 26 marzo 2008

Sweeney Todd
di Tim Burton (USA, 2007)

Londra, metà Ottocento. Ingiustamente arrestato ed esiliato da un malvagio giudice, il barbiere Benjamin Barker (un esoso Johnny Depp) torna nella capitale dopo aver scontato la sua lunghissima pena. Gridando vendetta contro chi gli ha rubato moglie, figlia e vita, il maturo protagonista, ribattezzatosi Sweeney Todd, incontra una bizzarra locandiera (una magnifica Helena Bonham-Carter, in versione Siouxsie, che ruba la scena a tutti). La donna (che voce dolcissima nella versione originale!) gli propone di aiutarla nella sua attività in cambio della sovrastante soffitta dove poter ricominciare a svolgere la sua professione nell' attesa di compiere il proprio efferato piano.
Dal fortunato spettacolo di Sondheim e Wheeler del '79, Burton ricava
una delirante fiaba dark dall'impatto visivo eccezionale (due Oscar strameritati: a Dante Ferretti per le scenografie e a Colleen Atwood per i costumi), ma dal dinamismo impacciato. Un musical e come tale leggermente a disagio nell'implacabile esclusività delle ferree regole cinematografiche: spesso il cantato stride con l'iperrealismo gotico della messa in scena e certe soluzioni narrative finiscono per sembrare irrisolte. Così, l'opera alterna formidabili guizzi d'ironia e umorismo nero (un'impagabile Bonham-Carter a caccia di scarafaggi col mattarello) e pedanti sequenze in bilico tra romanticismo posticcio e inutili barocchismi trovando, comunque, in uno stupefacente finale di sapore pittorico (grandiosa metafora dell'infinita replica del male) un efficace punto d'equilibrio.

postato da: Rohmer alle ore 17:27 | link | commenti (1)
categorie: cinema

La famiglia Savage
di Tamara Jenkins (USA, 2007)

Jon e Wendy sono due mal(in)con(i)ci quarantenni americani, fratello e sorella, costretti temporaneamente a convivere a causa dell'improvviso crollo delle condizioni di salute dell'anziano padre. Una dura esperienza che, a poco a poco, darà loro modo di ripensare la propria vita.
Tamara Jenkins si affida alle intense performances dei due protagonisti (formidabile Laura Linney, rara eloquenza di sguardi ed emozioni sussurrate) per illustrare una storia difficile dove il rischio di scivolare nel pietismo era altissimo. Per tre quarti del percorso offre un'ottima prova, sostenuta da una scrittura pungente, a tratti sarcastica (molto più british che statunitense) e da una gelida fotografia che spegne i contrasti in favore di una luce dimessa, asettica e distaccata. Tra case di cura, segreterie telefoniche impazzite, rimorsi, fallimenti d'amore e carriera più o meno rivelati finiamo per essere coinvolti e affascinati dai teneri Savage, ma la sciagurata (inspiegabile) deriva consolatoria rovina il prezioso tessuto trascinando il film verso un'ansa banale e immeritata. Un peccato.

postato da: Rohmer alle ore 15:34 | link | commenti
categorie: cinema
sabato, 09 febbraio 2008

Cous cous (La graine et le mulet)
di Abdellatif Kechiche (Francia, 2007)

La semola e il muggine è solo il primo (e più semplice) significato dell'ambiguo e tagliente titolo originale, tradotto grossolanamente sulla locandina italiana (fuorviante persino nell'immagine). Il secondo, invece, è il ponte che collega il Maghreb, luogo d'origine dei personaggi, alla Francia meridionale (esattamente Sète, teatro della storia). Il terzo immerge la terra nell'acqua mescolando e arricchendo i due elementi, metafore delle differenti tradizioni. Il quarto sottolinea il difficile confronto culturale evidenziando la sofferenza e la testardaggine di una comunità contro le diffidenze dell'altra. Il quinto, infine (forse quello più sottile), allude all'invisibile legame tra il protagonista, Slimane (il perfetto Habib Boufares) e la giovane Rym (la bravissima Hafsia Herzi). Questa è la premessa del film di Kechiche, ingiustamente privato del Leone d'oro dall'ultimo, vergognoso verdetto veneziano.
Un'opera vorticosa e calda, in cui la macchina da presa "cuoce" con la semola e il peperoncino scoprendo lentamente, sotto il vapore della cucina, una trama sapiente e sensuale sempre in bilico tra commedia e dramma. Il ritmo è frenetico, lo sguardo rimbalza tra volti, voci (inevitabilmente "appiattite" da un doppiaggio molto complicato) e aromi che restituiscono un'autentica intimità familiare fatta di silenzioso affetto e furiosi scontri. Una fitta rete di interrelazioni si stringe attorno a Slimane, ex operaio navale, divorziato, alle prese con una dura riconversione professionale. A poco a poco, la pazienza e la tenacia del capofamiglia creano una possibilità: un ristorante, specializzato in cous cous di pesce, su una vecchia nave abbandonata in porto. Immediatamente, l'intera comunità di figli, zie e cugine si mette al lavoro per realizzare l'ambizioso progetto, ma a un passo dal decollo, all'apice di una sontuosa festa d'inaugurazione, il fato rimescola inaspettatamente le carte.
Splendido film che filtra la poesia dal caos, dai dialoghi al limite dell'isteria, dalle situazioni sull'orlo della deflagrazione, persino dalle pause di silenzio (la gabbia di un canarino nella luce del tramonto). Come Rohmer, Kechiche è un maestro nel creare e modulare la tensione sprigionata dalle più piccole e "banali" micro-fratture quotidiane. Ma è verso il tumultuoso epilogo - montato magistralmente - che il film urla la più struggente lirica: la lucida pancia di Rym, impegnata in una torrida, indimenticabile danza mediorientale, alternata al viso travagliato di Slimane, altrove impegnato da un beffardo destino.

 


postato da: Rohmer alle ore 04:07 | link | commenti (3)
categorie: cinema
lunedì, 04 febbraio 2008

Into the wild
di Sean Penn (USA, 2007)

Appena laureato e a ridosso di una promettente carriera, il ventitreenne Chris Mc Candless improvvisamente abbandona tutto e parte per l'Alaska. Senza soldi né appoggi, fa perdere rapidamente le proprie tracce allontanandosi progressivamente dalla civiltà. Tratto dal romanzo di Krakauer, Into the wild racconta la drammatica, vera storia di un ragazzo che vuole provare a vivere, esplorare il confine di sé, trovare le risposte che la società gli ha negato. Concluderà la sua sincera e tragica parabola con un'amara consapevolezza.
Meno compatto e autoriale del precedente, bellissimo "La promessa", l'ultimo film di Penn viaggia tra luci e ombre scontando il suo coraggio e la sua estrema sincerità con qualche debolezza narrativa (sceneggiatura che volge, a tratti, verso situazioni troppo prevedibili). Il cineasta americano piazza la macchina da presa nei posti più impensabili e pur regalandoci maestose prospettive di aquila reale o sabbiose angolazioni di vipera del deserto, a volte si dimentica di staccare il cuore dalla focale. L'amore viscerale per la sua storia e i suoi personaggi finisce, così, per limitare la potenzialità del suo (ottimo) cinema. Emile Hirsch, il giovanotto protagonista, consuma ogni grammo d'energia regalandoci una performance strepitosa. Più a suo agio nei piani ravvicinati, dà il meglio di sè negli spazi angusti (straordinarie le sequenze nel bus abbandonato) dove il suo sguardo lucidissimo e tenero pare "attorcigliarsi" all'intimità e alla poesia della natura. Eddie Vedder, dalle retrovie, cesella e intarsia una memorabile melodia che soffia aria fresca nel neo cinema classico. Lunga vita, comunque.


postato da: Rohmer alle ore 15:25 | link | commenti (4)
categorie: cinema
martedì, 29 gennaio 2008

Signorina Effe
di Wilma Labate (Italia, 2007)


Primi del Novecento: la graziosa "signorina Effe" sorride sul tetto della Fiat, davanti all'ultimo modello della neonata casa automobilistica torinese. Numerose vetture si rincorrono, nell'estasi generale, sulla pista in cima allo stabilimento. Incantevole, vaporoso bianco e nero fatto di sogni e speranze collettive nel trionfo del positivismo.
1980: un'altra graziosa "signorina Effe" (la bella Valeria Solarino) s'infila agilmente tra i lunghi corridoi dell'azienda piemontese, ignara del triste destino che l'attende assieme a qualche altro migliaio di lavoratori.
Uno degli episodi più cupi, complessi e delicati della nostra recente storia operaia - il gigantesco sciopero per salari e diritti che paralizzò la Fiat - è raccontato dalla Labate con modestissimo spessore. Un peccato, perchè il soggetto avrebbe meritato una sceneggiatura e uno sguardo ben più profondi e meticolosi. I due bravi protagonisti, tra cui spicca l'ombroso e magnetico sguardo di Filippo Timi, provano a crederci davvero (nonostante l'improbabile love-story che li unisce), ma finiscono nelle fauci di una tremenda regia in stile 'tv-fiction' che aggancia, purtroppo, il lato peggiore dell'attuale cine-onda nostrana (pretenziosa, superficiale, velleitariamente autoriale ma inesorabilmente figlia del piccolo schermo). Dialoghi imbarazzanti e sequenze posticce affondano un film senz'anima e senza luce dove il disagio sfiorisce nella pura parodia. Irrisorio. 


postato da: Rohmer alle ore 23:50 | link | commenti (5)
categorie: cinema
lunedì, 31 dicembre 2007

Paranoid Park
di Gus Van Sant (USA, 2007)

Una pista per skateboard ai margini della città dove cavalcavia e ferrovia segnano il confine della terra di nessuno. Studenti e sbandati, spacciatori e ragazzine, famiglie latitanti e angosce più grandi di sé esorcizzate da tonnellate di fogli e matite, lettere bruciate, amori distratti. Van Sant si immerge ancora nell'universo dei teenagers, ma questa volta lo fa in apnea perchè gli interessa indagare soprattutto la riserva d'ossigeno di cui dispongono. Allora la messa in scena si raffina e si esalta come mai prima e le siderali inquadrature si piegano ancor di più sotto il peso di ralenty talmente stordenti da diventare metafisici, quasi magici. Il getto della doccia, nella scena più bella del film, scorre copioso sui lunghi capelli di Alex, il giovane protagonista di un drammatico incidente, lasciando il suo corpo nudo nell'ombra agghiacciante dei suoi pensieri.


postato da: Rohmer alle ore 17:56 | link | commenti (3)
categorie: cinema

Caramel
di Nadine Labaki (Libano, 2007)

In piedi davanti alla finestra del suo salone di bellezza, la sensuale Layal bisbiglia domande al suo partner giocando col telefono e le persiane semiaperte. Il suo dirimpettaio, un buffo vigile urbano che la osserva innamorato, sogna di catturare quelle parole col telefono della sua scrivania. Rima, invece, nutre una sottile attrazione per una bellissima e misteriosa ragazza mora che, di tanto in tanto, le fa visita per il lavaggio e l'acconciatura. L'anziana Rose, infine, riscopre improvvisamente l'innamoramento, ma deve fare i conti con la sorella mezza pazza che le gira per casa. Un tenero film corale che mostra con intelligenza, umorismo e ironia un quadro della complessa e ambigua  società libanese contemporanea. Terminata un attimo prima dello scoppio della guerra nel 2006, una commedia dolceamara come il caramello, appunto, usato per la (dolorosa) depilazione ma anche golosa sciccheria per il palato.


postato da: Rohmer alle ore 17:19 | link | commenti (2)
categorie: cinema
sabato, 17 novembre 2007

You, the Living
di Roy Andersson (Svezia, 2007)

Artica "sit-com" d'autore composta di surreali micro-storie e frammenti tragicomici: dispetti di condominio, dipendenze alcooliche, sogni ricorrenti, minuscole meschinità e incoerenze quotidiane svelate in punta di piedi. Un universo urbano ipergrottesco osservato con arguzia, ironia e un pizzico di malinconico silenzio. Andersson strizza l'occhio a Kaurismaki e a Tati ma lascia una firma molto personale lavorando soprattutto sul ritmo (formidabile il montaggio in crescendo). Uscita in un pugno di copie e già praticamente sparita dalla prima visione (spaccatevi in quattro pur di recuperarla) una geniale, scatenata, intelligentissima commedia drammatica in cui si sorride (e si riflette) a denti stretti. Uno dei migliori film dell'anno.


postato da: Rohmer alle ore 00:17 | link | commenti (8)
categorie: cinema