frequenze cinematografiche
Cous cous (La graine et le mulet)
di Abdellatif Kechiche (Francia, 2007)
La semola e il muggine è solo il primo (e più semplice) significato dell'ambiguo e tagliente titolo originale, tradotto grossolanamente sulla locandina italiana (fuorviante persino nell'immagine). Il secondo, invece, è il ponte che collega il Maghreb, luogo d'origine dei personaggi, alla Francia meridionale (esattamente Sète, teatro della storia). Il terzo immerge la terra nell'acqua mescolando e arricchendo i due elementi, metafore delle differenti tradizioni. Il quarto sottolinea il difficile confronto culturale evidenziando la sofferenza e la testardaggine di una comunità contro le diffidenze dell'altra. Il quinto, infine (forse quello più sottile), allude all'invisibile legame tra il protagonista, Slimane (il perfetto Habib Boufares) e la giovane Rym (la bravissima Hafsia Herzi). Questa è la premessa del film di Kechiche, ingiustamente privato del Leone d'oro dall'ultimo, vergognoso verdetto veneziano.
Un'opera vorticosa e calda, in cui la macchina da presa "cuoce" con la semola e il peperoncino scoprendo lentamente, sotto il vapore della cucina, una trama sapiente e sensuale sempre in bilico tra commedia e dramma. Il ritmo è frenetico, lo sguardo rimbalza tra volti, voci (inevitabilmente "appiattite" da un doppiaggio molto complicato) e aromi che restituiscono un'autentica intimità familiare fatta di silenzioso affetto e furiosi scontri. Una fitta rete di interrelazioni si stringe attorno a Slimane, ex operaio navale, divorziato, alle prese con una dura riconversione professionale. A poco a poco, la pazienza e la tenacia del capofamiglia creano una possibilità: un ristorante, specializzato in cous cous di pesce, su una vecchia nave abbandonata in porto. Immediatamente, l'intera comunità di figli, zie e cugine si mette al lavoro per realizzare l'ambizioso progetto, ma a un passo dal decollo, all'apice di una sontuosa festa d'inaugurazione, il fato rimescola inaspettatamente le carte.
Splendido film che filtra la poesia dal caos, dai dialoghi al limite dell'isteria, dalle situazioni sull'orlo della deflagrazione, persino dalle pause di silenzio (la gabbia di un canarino nella luce del tramonto). Come Rohmer, Kechiche è un maestro nel creare e modulare la tensione sprigionata dalle più piccole e "banali" micro-fratture quotidiane. Ma è verso il tumultuoso epilogo - montato magistralmente - che il film urla la più struggente lirica: la lucida pancia di Rym, impegnata in una torrida, indimenticabile danza mediorientale, alternata al viso travagliato di Slimane, altrove impegnato da un beffardo destino.
Into the wild
di Sean Penn (USA, 2007)
Appena laureato e a ridosso di una promettente carriera, il ventitreenne Chris Mc Candless improvvisamente abbandona tutto e parte per l'Alaska. Senza soldi né appoggi, fa perdere rapidamente le proprie tracce allontanandosi progressivamente dalla civiltà. Tratto dal romanzo di Krakauer, Into the wild racconta la drammatica, vera storia di un ragazzo che vuole provare a vivere, esplorare il confine di sé, trovare le risposte che la società gli ha negato. Concluderà la sua sincera e tragica parabola con un'amara consapevolezza.
Meno compatto e autoriale del precedente, bellissimo "La promessa", l'ultimo film di Penn viaggia tra luci e ombre scontando il suo coraggio e la sua estrema sincerità con qualche debolezza narrativa (sceneggiatura che volge, a tratti, verso situazioni troppo prevedibili). Il cineasta americano piazza la macchina da presa nei posti più impensabili e pur regalandoci maestose prospettive di aquila reale o sabbiose angolazioni di vipera del deserto, a volte si dimentica di staccare il cuore dalla focale. L'amore viscerale per la sua storia e i suoi personaggi finisce, così, per limitare la potenzialità del suo (ottimo) cinema. Emile Hirsch, il giovanotto protagonista, consuma ogni grammo d'energia regalandoci una performance strepitosa. Più a suo agio nei piani ravvicinati, dà il meglio di sè negli spazi angusti (straordinarie le sequenze nel bus abbandonato) dove il suo sguardo lucidissimo e tenero pare "attorcigliarsi" all'intimità e alla poesia della natura. Eddie Vedder, dalle retrovie, cesella e intarsia una memorabile melodia che soffia aria fresca nel neo cinema classico. Lunga vita, comunque.
Signorina Effe
di Wilma Labate (Italia, 2007)
Primi del Novecento: la graziosa "signorina Effe" sorride sul tetto della Fiat, davanti all'ultimo modello della neonata casa automobilistica torinese. Numerose vetture si rincorrono, nell'estasi generale, sulla pista in cima allo stabilimento. Incantevole, vaporoso bianco e nero fatto di sogni e speranze collettive nel trionfo del positivismo.
1980: un'altra graziosa "signorina Effe" (la bella Valeria Solarino) s'infila agilmente tra i lunghi corridoi dell'azienda piemontese, ignara del triste destino che l'attende assieme a qualche altro migliaio di lavoratori.
Uno degli episodi più cupi, complessi e delicati della nostra recente storia operaia - il gigantesco sciopero per salari e diritti che paralizzò la Fiat - è raccontato dalla Labate con modestissimo spessore. Un peccato, perchè il soggetto avrebbe meritato una sceneggiatura e uno sguardo ben più profondi e meticolosi. I due bravi protagonisti, tra cui spicca l'ombroso e magnetico sguardo di Filippo Timi, provano a crederci davvero (nonostante l'improbabile love-story che li unisce), ma finiscono nelle fauci di una tremenda regia in stile 'tv-fiction' che aggancia, purtroppo, il lato peggiore dell'attuale cine-onda nostrana (pretenziosa, superficiale, velleitariamente autoriale ma inesorabilmente figlia del piccolo schermo). Dialoghi imbarazzanti e sequenze posticce affondano un film senz'anima e senza luce dove il disagio sfiorisce nella pura parodia. Irrisorio.
Paranoid Park
di Gus Van Sant (USA, 2007)
Una pista per skateboard ai margini della città dove cavalcavia e ferrovia segnano il confine della terra di nessuno. Studenti e sbandati, spacciatori e ragazzine, famiglie latitanti e angosce più grandi di sé esorcizzate da tonnellate di fogli e matite, lettere bruciate, amori distratti. Van Sant si immerge ancora nell'universo dei teenagers, ma questa volta lo fa in apnea perchè gli interessa indagare soprattutto la riserva d'ossigeno di cui dispongono. Allora la messa in scena si raffina e si esalta come mai prima e le siderali inquadrature si piegano ancor di più sotto il peso di ralenty talmente stordenti da diventare metafisici, quasi magici. Il getto della doccia, nella scena più bella del film, scorre copioso sui lunghi capelli di Alex, il giovane protagonista di un drammatico incidente, lasciando il suo corpo nudo nell'ombra agghiacciante dei suoi pensieri.
Caramel
di Nadine Labaki (Libano, 2007)
In piedi davanti alla finestra del suo salone di bellezza, la sensuale Layal bisbiglia domande al suo partner giocando col telefono e le persiane semiaperte. Il suo dirimpettaio, un buffo vigile urbano che la osserva innamorato, sogna di catturare quelle parole col telefono della sua scrivania. Rima, invece, nutre una sottile attrazione per una bellissima e misteriosa ragazza mora che, di tanto in tanto, le fa visita per il lavaggio e l'acconciatura. L'anziana Rose, infine, riscopre improvvisamente l'innamoramento, ma deve fare i conti con la sorella mezza pazza che le gira per casa. Un tenero film corale che mostra con intelligenza, umorismo e ironia un quadro della complessa e ambigua società libanese contemporanea. Terminata un attimo prima dello scoppio della guerra nel 2006, una commedia dolceamara come il caramello, appunto, usato per la (dolorosa) depilazione ma anche golosa sciccheria per il palato.
You, the Living
di Roy Andersson (Svezia, 2007)
Artica "sit-com" d'autore composta di surreali micro-storie e frammenti tragicomici: dispetti di condominio, dipendenze alcooliche, sogni ricorrenti, minuscole meschinità e incoerenze quotidiane svelate in punta di piedi. Un universo urbano ipergrottesco osservato con arguzia, ironia e un pizzico di malinconico silenzio. Andersson strizza l'occhio a Kaurismaki e a Tati ma lascia una firma molto personale lavorando soprattutto sul ritmo (formidabile il montaggio in crescendo). Uscita in un pugno di copie e già praticamente sparita dalla prima visione (spaccatevi in quattro pur di recuperarla) una geniale, scatenata, intelligentissima commedia drammatica in cui si sorride (e si riflette) a denti stretti. Uno dei migliori film dell'anno.